Il Parco Archeologico di Pompei lancia l’allarme sulle immagini IA di Pompei e degli scavi. Negli ultimi tempi, infatti, sono aumentati i casi che destano perplessità.
A parlare è il direttore, Gabriel Zuchtriegel. Il Parco ha adottato da poco delle linee guida per l’esposizione dei calchi delle vittime dell’eruzione. Per questo, dice, è «sconcertante, anzi ripugnante» vedere sui social un uso «fuorviante e irresponsabile» dell’IA. Si creano così immagini e racconti sulle vittime di Pompei.
L’ultimo caso riguarda un post Instagram sulla casa del Bracciale d’oro. È stato pubblicato su un profilo intestato a un professore di chimica dell’Università di Napoli «Federico II». Secondo il direttore, il contenuto è «completamente fake». L’immagine è generata con l’IA e anche il testo sembra scritto dall’IA.
Zuchtriegel aggiunge un altro elemento. L’attività, che «stento a chiamare di promozione culturale», sarebbe collegata a introiti economici. Il canale sarebbe un portale di raccolta fondi.
Per questo il Parco ha scritto all’Università. L’obiettivo è aprire un confronto e capire se una pratica simile sia compatibile con il codice etico dell’Ateneo. Il direttore invita poi a una riflessione condivisa. L’IA dovrebbe aiutare il progresso culturale, sociale ed economico, e non portare a una nuova povertà culturale ed educativa.
Il problema, spiega, riguarda tutta la società. I suoi figli gli raccontano che l’IA si sta diffondendo anche a scuola. Alcuni professori, ad esempio, non cancellano nemmeno le domande fatte a ChatGPT dai materiali consegnati agli alunni. Serve quindi un dibattito ampio sulla direzione culturale e pedagogica che stiamo prendendo.
Il direttore precisa però che non si tratta di condannare l’IA. Anzi, il Parco di Pompei la sta già sperimentando. La usa per la ricerca, la valorizzazione, la sicurezza e il monitoraggio del patrimonio. Tutto ciò, tuttavia, deve avvenire in una cornice etica, che nel caso citato «sembra venir meno del tutto».
La casa del Bracciale d’oro fu esplorata nel Settecento. Fu poi scavata per intero tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. All’interno furono trovati i resti di diverse vittime. Di quattro di loro, due adulti e due bambini, sono stati realizzati i calchi. Si è usata la tecnica in uso dall’Ottocento, che riempie di gesso le cavità lasciate nella cenere vulcanica.
I quattro calchi sono visibili nella Palestra Grande dell’area archeologica. Fanno parte dell’esposizione dedicata all’eruzione e alle vittime, inaugurata l’11 marzo di quest’anno. La mostra cerca un equilibrio tra esigenze didattiche e rispetto per chi perse la vita. In quell’occasione sono state elaborate anche le linee guida per i resti umani, adottate dal Comitato Scientifico e dal Consiglio di Amministrazione del Parco.
Il Parco ha inoltre realizzato una ricostruzione digitale della fuga di un uomo durante l’eruzione del Vesuvio. Il lavoro è stato svolto con l’Università di Padova e il Laboratorio Digital Cultural Heritage. Si basa solo sulle evidenze scientifiche emerse dalle indagini degli archeologi del Ministero della Cultura. Dimostra così che l’IA e le tecnologie digitali possono diventare strumenti di conoscenza, se guidati dalla ricerca.















