Protestano gli studenti del Liceo classico “G. De Bottis” di Torre del Greco.
La mobilitazione è iniziata questa mattina con un sit-in di protesta all’esterno dell’istituto.
Alla base del malcontento, come riferiscono gli studenti, non solo problematiche legate alla scuola, ma anche motivazioni come il caro vita e l’inflazione.
Di seguito pubblichiamo il documento inviato dagli alunni alla dirigente scolastica e ai docenti, in cui chiariscono le ragioni che li hanno spinti a protestare.
“Gentile Dirigente, gentili professori
con il presente intervento intendiamo illustrare le ragioni che hanno condotto noi studenti a intraprendere questa mobilitazione, nella convinzione che la scuola non debba limitarsi a essere un luogo di trasmissione del sapere, ma debba costituire anche uno spazio di formazione civile, di maturazione del pensiero critico e di confronto democratico. La nostra iniziativa nasce dalla preoccupazione per le condizioni economiche e sociali del Paese, per il crescente costo della vita, per le priorità nella destinazione delle risorse pubbliche e per un futuro nel quale il diritto allo studio, al lavoro dignitoso e alla pace rischia, ai nostri occhi, di essere subordinato ad altre scelte politiche.
Il fondamento del nostro diritto a esprimere tali preoccupazioni risiede innanzitutto nell’articolo 21 della Costituzione, che riconosce a tutti la libertà di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. A esso si affianca l’articolo 17, che tutela il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Tali principi costituiscono pilastri della partecipazione democratica e riconoscono il valore del dissenso quale espressione di una cittadinanza consapevole. Non pretendiamo che le nostre opinioni siano condivise unanimemente, ma riteniamo che debbano poter essere espresse, ascoltate e discusse senza pregiudizi, nel rispetto dei limiti stabiliti dall’ordinamento.
La nostra contrarietà alla crescente centralità attribuita alle spese militari si richiama inoltre all’articolo 11 della Costituzione, secondo il quale l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non ignoriamo la complessità degli equilibri geopolitici, ma riteniamo legittimo domandarci se le risorse pubbliche siano distribuite in modo da rispondere adeguatamente ai bisogni essenziali della collettività. La pace, a nostro avviso, non dovrebbe rappresentare soltanto un principio solennemente enunciato, ma un orientamento da perseguire attraverso scelte politiche capaci di valorizzare la diplomazia, la cooperazione internazionale, l’istruzione e la tutela sociale.
In questo medesimo contesto si colloca la nostra contrarietà all’eventualità di una reintroduzione della leva militare obbligatoria, che coinvolgerebbe ragazze e ragazzi qualora venisse istituita secondo le modalità previste da un’apposita disciplina normativa. Riteniamo legittimo interrogarsi sulle conseguenze che una simile prospettiva potrebbe avere sulla libertà di autodeterminazione delle giovani generazioni, sui loro percorsi di studio e sulle possibilità di costruire autonomamente il proprio futuro. Senza ignorare che l’articolo 52 della Costituzione riconosce la difesa della Patria come sacro dovere del cittadino e disciplina il servizio militare obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge, rivendichiamo il diritto di discutere criticamente le scelte politiche che riguardano il nostro avvenire. Ci domandiamo, pertanto, se sia opportuno orientare le nuove generazioni verso una maggiore presenza della dimensione militare, anziché investire prioritariamente nella formazione, nella cooperazione internazionale e nella costruzione di una cultura della pace. La nostra posizione non intende negare la complessità della difesa nazionale, ma affermare che le decisioni riguardanti i giovani debbano essere accompagnate da un confronto pubblico trasparente, nel quale anche le preoccupazioni degli studenti trovino adeguato ascolto.
Un ulteriore motivo di preoccupazione riguarda la destinazione di risorse pubbliche ai Centri di permanenza per i rimpatri (CPR). Riteniamo legittimo interrogarsi sulle priorità della spesa statale e sul rapporto tra gli investimenti destinati alle politiche migratorie e le risorse necessarie a rafforzare l’istruzione, la sanità e gli altri servizi essenziali. La nostra critica si accompagna alla richiesta che le politiche migratorie siano valutate anche alla luce delle loro implicazioni umanitarie e del rispetto della dignità delle persone. Non intendiamo ignorare la complessità delle responsabilità istituzionali, ma riteniamo che l’impiego del denaro pubblico debba essere oggetto di un dibattito democratico, trasparente e attento ai bisogni della collettività.
Parimenti, rivendichiamo il valore dell’istruzione pubblica alla luce dell’articolo 34 della Costituzione, il quale afferma che «La scuola è aperta a tutti». Questa affermazione non rappresenta una formula astratta, bensì un principio che richiama la necessità di rendere effettivo il diritto allo studio, affinché le condizioni economiche di partenza non determinino il futuro di una persona. Il crescente costo della vita, l’aumento delle spese quotidiane e le difficoltà economiche di numerose famiglie rischiano di aggravare le disuguaglianze e di rendere più difficile l’accesso alle opportunità formative e culturali. Una scuola accessibile, adeguatamente finanziata e inclusiva è una condizione essenziale per contrastare tali disparità e garantire opportunità reali alle giovani generazioni. Per questo motivo, riteniamo necessario interrogarsi sulle priorità della spesa pubblica e sulla capacità delle istituzioni di sostenere concretamente i servizi dai quali dipende il benessere collettivo.
La medesima attenzione deve essere rivolta al mondo del lavoro. L’articolo 4 della Costituzione riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e impegna la Repubblica a promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. Tale principio assume particolare rilevanza di fronte alle difficoltà di numerosi lavoratori e lavoratrici, compresi gli agricoltori, che possono trovarsi esposti all’aumento dei costi di produzione, alla precarietà economica e al rischio di perdere la propria attività. Difendere il lavoro significa riconoscere il valore sociale di chi contribuisce quotidianamente al sostentamento della collettività e chiedere politiche capaci di tutelare chi, pur lavorando, incontra difficoltà nel mantenere condizioni di vita dignitose.
In questa prospettiva si inseriscono anche gli articoli 35 e 36 della Costituzione. Il primo stabilisce che la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni; il secondo riconosce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Quest’ultimo principio richiama una questione che consideriamo centrale: il lavoro non dovrebbe ridursi a una condizione nella quale l’impegno quotidiano non consente neppure di far fronte alle necessità essenziali. In un contesto segnato dal caro vita, riteniamo che la dignità del lavoro debba tradursi in condizioni economiche e contrattuali adeguate, capaci di garantire autonomia, sicurezza e prospettive per il futuro.
È proprio alla luce di questi principi che desideriamo ribadire la nostra disponibilità a un confronto con il corpo docente e con la Dirigenza. La nostra mobilitazione non intende instaurare una contrapposizione personale, né compromettere il rapporto educativo che ci lega alla scuola. Al contrario, siamo consapevoli che il dialogo rappresenti lo strumento più proficuo per affrontare le divergenze e individuare soluzioni condivise. Manifestiamo pertanto la volontà di contribuire a una gestione pacifica e responsabile dell’iniziativa, nel rispetto delle persone, degli ambienti scolastici e delle esigenze dell’intera comunità. Siamo inoltre disponibili a concordare le modalità necessarie per consentire, ove legittimamente richiesto, l’accesso alla documentazione amministrativa indispensabile, nel rispetto delle procedure e delle responsabilità del personale competente.
Particolare attenzione desideriamo riservare agli studenti con disabilità, affinché nessuno venga escluso dalla partecipazione a causa delle proprie condizioni personali. Riteniamo necessario individuare, attraverso un confronto con gli interessati e con le figure competenti, modalità che garantiscano accessibilità, sicurezza e benessere, senza trasformare la legittima preoccupazione per eventuali criticità organizzative in una limitazione arbitraria dei loro diritti.
Concludiamo ribadendo che il nostro intento non è contrapporre gli studenti alla scuola, ma riconoscere alla scuola stessa il ruolo di luogo nel quale le idee possano essere discusse, le divergenze affrontate e la coscienza civile possa maturare. Non chiediamo che le nostre posizioni siano necessariamente condivise, ma che siano considerate con serietà, nella consapevolezza che il dissenso pacifico e il confronto democratico costituiscono elementi essenziali di una società libera.
È con questo spirito che proponiamo un’intesa fondata sul rispetto reciproco, sulla responsabilità e sulla ricerca di soluzioni condivise, affinché questa mobilitazione possa rappresentare un’occasione di crescita civile per l’intera comunità scolastica”.

















