Un duro atto d’accusa firmato dallo studioso di Samuel Beckett, il professor Antonio Borriello, che richiama il magistero del pedagogista Giuseppe Acone, uno dei massimi esponenti della pedagogia italiana del secondo Novecento): «Le 15 coltellate sono il sintomo di un nichilismo senza scopo. Scuola e famiglia paralizzate. Serve un vero Patto Educativo Territoriale nell’area vesuviana».

I drammatici fatti di cronaca che hanno sconvolto Torre del Greco nella notte tra il 29 e il 30 maggio scorsi in via Vittorio Veneto, culminati nel ferimento a coltellate di un giovane e nell’emissione di misure cautelari per sette ragazzi, non sono un episodio isolato di disordine urbano, ma la spia luminosa di un cortocircuito ben più profondo.

A lanciare l’allarme è lo studioso di Samuel Beckett, Antonio Borriello, attraverso una dura lettera aperta indirizzata ai giovani, alla comunità, alle istituzioni e alle agenzie educative del territorio. Nel suo intervento, lo studioso analizza la vicenda alla luce del magistero pedagogico del suo maestro, il celebre professor Giuseppe Acone, evidenziando come la violenza della movida coinvolga trasversalmente anche contesti sociali considerati benestanti. «Al cospetto di questa temperie culturale – dichiara Antonio Borriello – lo status sociale non si guadagna più con il rendimento scolastico o il prestigio familiare, ma con l’esibizione della forza, del finto coraggio e della prevaricazione nel branco, alimentata da alcol e droghe».

Secondo lo studioso, l’episodio rievoca tragicamente un fatto della storia della letteratura: l’accoltellamento subìto la notte tra il 6 e il 7 gennaio del 1938 a Parigi dal grande drammaturgo Samuel Beckett. Quando lo scrittore chiese al suo aggressore sconosciuto il perché del gesto, si sentì rispondere: “Non lo so, mi scusi”. «È l’atto gratuito del nichilismo assoluto – incalza la nota – lo stesso che oggi si ripete nelle nostre strade, immortalato da sguardi trasformati nei passivi cameraman di un orrore quotidiano sui social». Il comunicato punta il dito contro il «doppio silenzio colpevole» della politica e delle agenzie educative tradizionali.

Se la famiglia viene descritta come «paralizzata e spaventata dal conflitto», la scuola viene duramente criticata per la sua deriva aziendale, schiacciata da burocrazia e «logiche di rendimento finalizzate unicamente a intercettare fondi pubblici per performance ludico-espressive sterili, come canti e coreografie estemporanee, prive di reale spessore pedagogico».

Secondo lo studioso torrese, la missione della scuola dovrebbe essere invece l’alfabetizzazione emotiva e la riscoperta del cumpatior latino, il saper “soffrire con” l’altro per frenare gli impulsi distruttivi. Infine, la nota si concentra sulle soluzioni. Pur definendo «lodevoli» gli stanziamenti di 230mila euro e i provvedimenti burocratici finora varati da Palazzo Baronale (ordinanze e progetti post-scuola), lo studioso avverte che tali misure rischiano di restare sterili se non attentamente monitorate e sostenute da una visione a lungo termine.

Richiamando i trent’anni di felici sperimentazioni laboratoriali sul territorio – come il «Cantiere teatrale aperto» del Liceo “De Bottis” diretto dallo stesso Borriello (plaudito storicamente dai vertici del Ministero della Pubblica Istruzione come Pasquale Capo e Luciano Chiappetta) e i progetti PON del “Pantaleo” – la nota invoca l’istituzione urgente di “Unità di Strada Pedagogiche” (équipe di educatori nei luoghi della movida) e centri di supporto alla genitorialità.

La lettera si chiude con un accorato appello di Borriello diretto ai giovani torresi: «La violenza non è una prova di forza, è solo la scorciatoia di chi non ha nient’altro da dire. Lasciate i coltelli a casa e difendete la bellezza della vostra giovinezza, non la ferocia del branco».

Articolo precedenteGORI, guasto improvviso a Torre del Greco: le zone interessate
Articolo successivoSostegno alle vittime di criminalità: insediata la cabina di regia